Quanto detto
precedentemente per lo sportivo amatoriale
vale
in genere anche per l'atleta professionista o
paraprofessionista, con qualche limitata possibile
eccezione.
Gli atleti
sono dei modelli molto complessi da studiare, anche
perché non rappresentano la popolazione «normale» e sono
grandemente influenzati sia da fattori psicologici che
da fattori fisiologici. Spesso, ad esempio, negare ad un
atleta un certo cibo il cui consumo egli associa
all'idea di una vittoria può provocare il fallimento
dell'atleta stesso, indipendentemente dalle qualità
nutritive del cibo in questione.
Fattori di
questo tipo devono essere presi in considerazione nel
pianificare i necessari futuri studi sull'argomento. In
tali studi occorrerà migliorare i protocolli
sperimentali ed anche i procedimenti statistici, dato
che, ad esempio, un miglioramento dell'1-2% - non
significativo in assoluto - può nel caso particolare
significare in una gara la differenza fra un successo ed
un secondo posto.
Una
revisione delle ricerche compiute nel settore dimostra
che la nutrizione gioca un ruolo importante
nell'ottimizzare la prestazione atletica. Come già detto
in precedenza, tuttavia, nella maggior parte dei casi
tutto ciò che serve è un'adeguata assunzione dei diversi
principi nutritivi essenziali attraverso una dieta
adeguata, equilibrata e corretta, senza bisogno di
alcuna supplementazione.
Le indagini
compiute hanno dimostrato che la maggior parte degli
atleti ha scarse conoscenze, o non ne ha affatto, circa
ciò che si intende per una dieta equilibrata e
nutrizionalmente valida. Ne deriva la conclusione che
l'educazione e l'esempio devono essere anche in questo
campo le pietre angolari di tutti gli sforzi da compiere
per migliorare il potenziale fisico degli atleti
attraverso pratiche nutrizionali corrette.
In sostanza,
fermo restando che non esiste il «nutriente-miracolo»
capace di moltiplicare la performance e che non hanno
alcun valore certe teorie, così in voga nel passato,
circa una «specializzazione alimentare» spinta in
funzione dello sport praticato, è però vero che una
alimentazione corretta può essere molto importante per
il miglior rendimento dell'atleta, nel senso che la
prestazione sportiva può essere notevolmente influenzata
dal tipo e dalla quantità della razione abitualmente
consumata.
Nel caso
specifico dell'atleta professionista si ammettono, in
talune situazioni, le seguenti eccezioni alle regole
generali enunciate in precedenza:
1) Un
maggior apporto di proteine in sport di forza e potenza
massima (sollevamento pesi, lotta, lanci, ecc.) nei
quali è necessario sviluppare grandi masse muscolari.
C'è chi suggerisce in questi casi di arrivare, per brevi
periodi, fino a 2-2,5 gr di proteine per kg di peso
corporeo al giorno.
Ma si tratta
di conclusioni ancora discusse, ed in ogni caso c'è
pieno accordo sul fatto che tali aumentati introiti
proteici debbano essere realizzati progressivamente e
debbano essere accompagnati da un parallelo aumento
dell'apporto di acqua, allo scopo di facilitare
l'eliminazione delle scorie azotate prodotte in maggior
copia nel corso dell'utilizzazione metabolica delle
proteine stesse.
2) Un
notevole apporto di grassi, per raggiungere con un minor
volume le elevate quote energetiche legate ad una
pratica sportiva che tocchi le quattro e più ore di
allenamento al giorno. A questo proposito va ricordato
ancora che l'allenamento induce un adattamento
metabolico che conferisce una particolare capacità ad
utilizzare efficacemente acidi grassi e corpi chetonici
come fonte di energia sia da parte del muscolo cardiaco
che da parte dei muscoli scheletrici.
3) Tale
adattamento, che consente all'atleta allenato di meglio
tollerare una dieta ad alto contenuto in grassi, è un
ulteriore stimolo ad evitare il ricorso abituale a diete
iperglucidiche spinte: in tal caso, infatti, si
forzerebbero i muscoli ad utilizzare prevalentemente i
glucidi, riducendo la possibilità di sfruttare
l'ossidazione dei corpi chetonici e degli acidi grassi e
privando sostanzialmente il muscolo di altre importanti
possibilità di approvvigionamento energetico.
4) Del tutto
particolare è il caso della cosiddetta «dieta da
impregnazione», consistente in accorgimenti (dietetici e
non) tendenti a far quasi raddoppiare alla vigilia di
una gara la quantità di glicogeno presente nei muscoli. Tale accorgimento (basato sull'osservazione che la
durata di resistenza ad un lavoro fisico di alta
intensità è ampiamente determinata dal livello delle
riserve epatiche e muscolari di glicogeno all'inizio
dell'esercizio) è ancora controverso ma anche
largamente sfruttato da atleti impegnati in sport di
resistenza, gli unici, del resto, ai quali sembra
tornare utile.
A parte ogni
altra considerazione sulle implicazioni psicologiche e
sugli effetti di squilibrio alimentare che tale pratica
può avere se applicata con eccessivo zelo o esagerata
frequenza da persone poco o male controllate, c'è da
rilevare che come suggerito da Sherman (30), una
interruzione del lavoro e una normale dieta ad alto
contenuto in carboidrati possono essere tutto ciò che
serve a corridori ben allenati per realizzare un carico
di glicogeno ottimale.
5) Come già
riferito in precedenza, maggiori dosi di vitamina C, di
vitamina E e di vitamine del gruppo B, in periodi di
allenamento prolungato e particolarmente intenso. Tale
necessità, del resto ancora discussa, va posta in
relazione al fatto che alcune di queste vitamine sono
direttamente coinvolte nei processi metabolici che
servono ad utilizzare carboidrati, proteine e grassi.
Dott. Umberto Gelo
Dietista